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venerdì 17 aprile 2015

Fondo delle Nazioni Unite per le Vittime della Tortura - 16 aprile 2015 - Nazioni Unite, Ginevra


Il Fondo delle Nazioni Unite per le vittime della tortura assiste gli individui i cui diritti umani siano stati gravemente violati a seguito di pratiche di tortura, con l’obiettivo di ricostruire le loro vite e restituire loro la dignità.

Il Fondo fornisce assistenza diretta alle vittime della tortura e alle loro famiglie tramite finanziamenti concessi ai canali di assistenza non governativi, incluse le ONG, i centri di riabilitazione, le associazioni delle vittime e membri delle loro famiglie, gli ospedali pubblici e privati, gli studi legali pro bono e gli avvocati. Dunque l’assistenza diretta fornita è di tipo umanitario, medico, psicologico, legale e finanziario. Fin dalla sua istituzione da parte dell’Assemblea Generale nel 1981, il Fondo ha finianziato piu’ di 600 organizzazioni, fornendo riabilitazione a piu’ di 50.000 vittime all’anno in tutto il mondo. 

Il Fondo è guidato dall’Ufficio delle Nazioni Unite, Alto Commissariato per i Diritti Umani, attraverso il suo Consiglio di Amministrazione composto da esperti indipendenti provenienti dalle cinque regioni del mondo. Il Consiglio si riunisce due volte l’anno per stabilire le priorità d’intervento, per rivedere le politiche e adottare raccomandazioni sui finanziamenti.

La discussione sull'uso del Fondo volontario delle Nazioni Unite per le vittime della tortura ha avuto luogo il 16 aprile 2015. Il Direttore della Divisione Trattati per i Diritti Umani, Ibrahim Salama, ha aperto la discussione ricordando a tutti che il fondo esiste da 30 anni e ha raccolto più di 160 milioni di dollari dalla sua istituzione, ed ha introdotto il gruppo di esperti, che rappresentano diversi settori di assistenza alle vittime: Felicitas Treue del CCTI Messico, Suzanne Jabbour di RESTART Libano, Adam Bodnar del Consiglio di Fondazione, C. Streeter, Representante Permanente del Cile - CTI, Peter Kiama di IMLU Kenya, Lin Piwowarczyk del Boston Medical Center Stati Uniti d'America, e Paulo David.

Bodnar ha ricordato ai partecipanti che sia la prevenzione della tortura sia la riabilitazione per le vittime della tortura sono interconnesse e non possono essere separate. L'obiettivo del Fondo è quello di ripristinare i diritti e la dignità delle vittime della tortura. Esso richiede il coordinamento di molti attori, fornendo assistenza a breve e a lungo termine, e dovrebbe rispettare l'indipendenza di ciascun ente nel fornire assistenza nella riabilitazione, in una prospettiva che va dall’alto verso il basso della società e viceversa.

Ogni esperto ha testimoniato sulla capacità del Fondo di fornire soluzioni reali alle problematiche cui hanno assistito - dal punto di vista legale, aiutando le vittime a ricevere risarcimento dagli autori del crimine e dal punto di vista medico, sostenendo le vittime della tortura nel riconquistare la loro dignità e supportandoli nella transizione verso lo status di “sopravvissuto”. Hanno fornito esempi specifici di come il Fondo abbia aiutato le vittime della tortura - in ogni caso, sottolineando l'importanza di affrontare la questione ponendo al centro dell’attenzione i singoli individui, le famiglie, la comunità e i vari livelli della società civile, al fine di raggiungere vero ristoro e riparazione.

A seguito delle testimonianze degli esperti, Salama ha aperto la discussione sull’argomento, concedendo la parola a chi tra il pubblico, composto da rappresentanti degli Stati, da ONG e da altre organizzazioni civili lo desiderasse. Molti hanno parlato in riferimento alla necessità di sradicare il ciclo vizioso di odio che nasce dalle vittime non riabilitate, al fine di prevenire nuovi casi di violenza e tortura. Molte società, dal Cile all'Argentina fino alla Bosnia e alla Romania, soffrono ancora degli effetti della tortura inflitta ai civili dai detentori del potere, poichè molto spesso i colpevoli godono di impunità, ma anche perché il trauma psicologico è tramandato alle generazioni successive per un lungo periodo successivo al termine della tortura fisica.

Vi è accordo unanime in base al quale il Fondo deve continuare il suo importantissimo lavoro al fine di fornire supporto alle potenziali vittime della tortura, quelle che sono ancora sotto tortura e quelle che ancora soffrono dei suoi effetti e conseguenze. Affinché il Fondo continui ad operare al meglio, i nuovi Paesi e quelli già partecipanti devono aiutarlo a raggiungere il suo obiettivo di 12 milioni di dollari l’anno in sovvenzioni.

Per molti esperti il focus deve essere dunque messo sulla prevenzione della tortura e non sulla postuma riabilitazione (molti Stati infatti, anche avendo ratificato la Convenzione sulla riabilitazione, nella pratica non la forniscono alla vittima di tortura).

La riabilitazione si concentra sul reinserimento della vittima nel tessuto connettivo della società e delle relazioni umane; ovviamente per fornire un tale genere di assistenza si richiede la cooperazione di piu’ attori e la specializzazione e collaborazione di piu’ entità sulla base di una specifica e comune strategia d’intervento.

Oggi il 30% dei rifugiati è vittima di tale pratica disumana, in all’incirca 140 Paesi del mondo. La tortura si configura sicuramente come abuso di potere da parte delle autorità governative e del governo stesso dei poteri istituzionalmente conferiti. Le conseguenze disastrose della torura sull’individuo, sulla sua famiglia e sulla società tutta possono e devono essere prevenute tramite la collaborazione delle istituzioni e della società civile stessa che deve essere istruita e sensibilizzata sulla pratica e i rispetto dei diritti umani. I giovani che vivono in una società afflitta dalle guerra, dal dolore, dalle sofferenze e dalla violenza credono che l’uso di quest’ultima sia normale nei confronti dell’altro individuo, perdendo cosi’ la speranza in un futuro diverso e migliore. I popoli vittime di genocidio si relazionano in maniera violenta alle istituzioni statali e in generale i Paesi maggiormente interessati dai conflitti armati sono quelli che piu’ facilmente sviluppano tali pratiche poichè l’odio e la violenza sono trasmesse di generazione in generazione.

La tortura inoltre, viene sovente praticata nelle prigioni, luoghi di privazione della libertà ma soprattutto, come ha avuto modo di sottolineare un membro di ONG presente sul territorio tunisino, luoghi di “non diritto”, dunque luoghi di privazione dei diritti in generale (poichè gli Stati interpretano poi a loro vantaggio cosa possa intendersi per tortura nelle prigioni e cosa invece non ricada all’interno di tale ventaglio di crimini).

Bisogna dunque informare ed educare le persone sulle reali conseguenze della pratica della tortura su di un essere umano per poterla eradicare del tutto. E’ davvero importante, secondo il Dr. Alessio Bruni, membro del comitato degli esperti, che gli Stati parti, le organizzazioni internazionali e gli esperti, nelle loro indagini approfondite, forniscano quante piu’ informazioni possibili alla Commissione, al fine di implementare la prevenzione e il diritto alla riabilitazione delle vittime della tortura.

La sessione si chiude con una domanda di riflessione posta dal Presidente Salama, che riprende il tema trattato da Suzanne Jabbour di RESTART Libano: “Are we doing enough?” “Stiamo facendo abbastanza?”.


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